Il Mistero

By | 23 agosto 2016

Questo post è la copia del capitolo n° 13  tratto dal libro di Carlo Rovelli “La realtà non è come ci appare” che invito caldamente a leggere e comperare (sfortunatamente per me, nessuna percentuale dei guadagni di vendita del libro verrà nel mio conto in banca per questa pubblicità ma va bene così).

Una delle primissime e più belle pagine della storia della scienza è il passo del Fedone di Platone in cui Socrate spiega la forma della Terra. Socrate dice di “ritenere” che la Terra sia una sfera, con grandi valli dove vivono gli uomini. Abbastanza giusto, con un po’ di confusione. E aggiunge: “Non sono sicuro”.

Questa pagina vale assai più delle sciocchezze sull’immortalità nell’anima che riempiono il resto del dialogo. Non solo è il testo più antico giunto fino a noi che parli esplicitamente del fatto che la Terra potrebbe essere rotonda. Ma soprattutto brilla per la cristallina chiarezza con cui Platone riconosce i limiti del sapere del suo tempo. “Non sono sicuro”, dice Socrate. Questa acuta consapevolezza della nostra ignoranza é il cuore del pensiero scientifico. È grazie a questa consapevolezza dei limiti del nostro sapere che abbiamo imparato così tanto sul mondo.

Oggi non siamo sicuri di quello che sospettiamo, come non lo era Socrate della sfericità della Terra, ma stiamo esplorando ciò che si trova sul bordo del nostro sapere.

La consapevolezza dei limiti della nostra conoscenza è anche consapevolezza del fatto che quello che sappiamo, o crediamo di sapere, possa poi risultare impreciso o sbagliato. Solo se teniamo ben presente che le nostre credenze potrebbero essere sbagliate possiamo liberarcene e imparare di più.

Per imparare qualcosa in più bisogna avere il coraggio di accettare che quello che pensiamo di sapere, comprese le nostre convinzioni più radicate, possa essere sbagliato, troppo ingenuo, un po’ sciocco. Ombre proiettate sulla parete della caverna di Platone.

La scienza nasce da questo atto di umiltà: non fidarsi ciecamente delle proprie intuizioni. Non fidarsi di quello che dicono tutti. Non fidarsi della conoscenza accumulata dei nostri padri e dei nostri nonni. Non impariamo nulla, se pensiamo di sapere già l’essenziale, se pensiamo che l’essenziale sia già scritto in un libro o custodito dagli anziani della tribù. I secoli in cui gli uomini hanno avuto fede in quello che credevano sono i secoli in cui tutto è rimasto immobile e nessuno ha imparato nulla di nuovo. Se avessero avuto fiducia cieca nel sapere dei loro padri, Einstein, Newton e Copernico non avrebbero rimesso tutto in discussione, non avrebbero fatto fare passi avanti al nostro sapere.

Se nessuno avesse sollevato dubbi, saremmo ancora lì ad adorare i faraoni e a pensare che la Terra è appoggiata su una grande tartaruga. Perfino il sapere più efficace, come quello costruito da Newton, può alla fine rivelarsi ingenuo, come ha mostrato Einstein.

Qualche volta si rimprovera alla scienza di pretendere di spiegare tutto, di saper rispondere a tutte le domande. È curioso questo rimprovero, per uno scienziato. La realtà è il contrario, come sa qualunque ricercatore in qualunque laboratorio del mondo: fare scienza significa scontrarsi quotidianamente con i propri limiti, con le innumerevoli cose che non si sanno e non si riesce a fare. Altro che pretesa di spiegare tutto! Non sappiamo quali particelle vedremo l’anno prossimo al CERN, che cosa vedranno i nostri prossimi telescopi, quali equazioni descrivono davvero il mondo; non sappiamo risolvere le equazioni che abbiamo e qualche volta neppure capire che cosa significhino; non sappiamo se la bella teoria sulla quale stiamo lavorando sia giusta, non sappiamo che cosa ci sia oltre il big bang, non sappiamo come funzionino un temporale, un batterio, un occhio, le cellule del nostro corpo e il nostro stesso pensiero. Uno scienziato è qualcuno che vive sul bordo del sapere, a stretto contatto con i propri innumerevoli limiti e con i limiti della conoscenza.

Se non siamo sicuri di nulla, come possiamo fare affidamento su quello che ci racconta la scienza? La risposta è semplice: non è che la scienza sia affidabile perché ci dà risposte certe. È affidabile perché ci fornisce le risposte migliori che abbiamo al momento presente. Le migliori risposte trovate finora. La scienza rispecchia il meglio che sappiamo sui problemi che affronta. È proprio la sua apertura all’apprendere, al rimettere in discussione il sapere, a garantirci che le risposte che offre sono le migliori disponibili: se si trovano risposte migliori, queste nuove risposte diventano la scienza.

Quando Einstein, trovando risposte migliori, ha mostrato che Newton sbagliava, non ha rimesso in discussione la capacità della scienza di dare le migliori risposte possibili: al contrario, non ha fatto che confermare questa capacità.
Le risposte della scienza, quindi, non sono affidabili perché sono definitive. Sono affidabili perché sono le migliori disponibili al momento. E sono le migliori che abbiamo proprio perché non le consideriamo definitive, per cui siamo sempre aperti a migliorarle. È la consapevolezza della nostra ignoranza che dà alla scienza la sua straordinaria affidabilità.
Ed è di affidabilità che noi abbiamo bisogno, non di certezze
. Perché di vere certezze non ne abbiamo e non ne avremo mai, a meno di accettare di credere a occhi chiusi a una cosa qualunque. Le risposte più affidabili sono le risposte scientifiche perché la scienza è la ricerca delle risposte più affidabili, non delle risposte certe.

L’avventura della scienza, anche se affonda le radici nel sapere precedente, ha la sua anima nel cambiamento. La storia che ho raccontato è una storia in cui le radici risalgono i millenni e di ogni pensiero si è fatto tesoro, ma allo stesso tempo non si è mai esitato a gettar via qualcosa, quando si è trovato qualcosa che funzionava meglio.

La natura del pensiero scientifico é critica, ribelle, insofferente di ogni concezione a priori, a ogni riverenza, a ogni verità intoccabile. La ricerca della conoscenza non si nutre di certezza: si nutre di una radicale mancanza di certezze.

Ciò significa non dare credito a chi dice di avere la verità in tasca. Per questo scienza e religione si trovano sovente in rotta di collisione. Non perchè la scienza pretenda di conoscere risposte ultime, ma, esattamente al contrario, perché allo spirito scientifico fanno sorridere coloro che dicono di conoscere risposte ultime, di avere un accesso privilegiato alla Verità.
Accettare la sostanziale incertezza del nostro sapere vuol dire accettare di vivere immersi nell’ignoranza, e quindi nel mistero. Vivere con domande cui non sappiamo (forse non sappiamo ancora, oppure, chissà, non sapremo mai) dare risposta.
Vivere nell’incertezza è difficile. C’è chi preferisce una certezza qualunque, anche se palesemente infondata, all’incertezza che viene dal rendersi conto dei propri limiti. C’è chi preferisce credere a una storia purchessia solo perché ci credevano gli anziani della tribù non importa se sia vera o falsa -, piuttosto che accettare il coraggio della sincerità: accettare che viviamo senza sapere tutto quello che vorremmo sapere.
L’ignoranza può fare paura. Per paura, possiamo raccontarci una storia che ci rassicuri, qualcosa che calmi la nostra inquietudine. Al di là delle stelle c’è un giardino incantato, con un dolce padre che ci accoglierà fra le sue braccia. Non importa se sia vero; possiamo decidere di avere fede in questa storia che ci rassicura, ma ci toglie la voglia d’imparare.
C’è sempre, nel mondo, qualcuno che pretende di darci risposte ultime. Anzi, il mondo è pieno di persone che dicono di conoscere la Verità. Perché l’hanno appresa dai padri, perché l’hanno letta su un Grande Libro, perché l’hanno ricevuta direttamente da un dio. Perché la trovano nel profondo di se stessi. C’è sempre qualcuno, o una qualche istituzione, che si autonomina depositario della Verità e si affretta a offrire a tutti risposte consolatorie alle domande inquietanti. “Non abbiate paura, lassù c’è qualcuno che vi vuole bene.” C’è sempre qualcuno che ha la presunzione di essere depositario della Verità, chiudendo gli occhi sul fatto che il mondo è pieno di altri depositari della Verità, ciascuno con una propria Verità, diversa da quella degli altri. C’è sempre qualche signore vestito di bianco che dice: “Ascoltate me, io sono infallibile”.

Io non critico chi preferisce credere alle favole: ognuno di noi è libero di credere a ciò che vuole e di fare ciò che vuole della propria intelligenza. Chi ha paura di fare domande può seguire Agostino, che, un po’ per scherzo, riferisce una risposta da lui udita alla domanda su che cosa facesse Dio prima di creare il mondo: “Alta. .. scrutantibus gehennas parabat”, “Preparava l’inferno per coloro che cercano di scrutare i misteri profondi”. Quello stesso “profondo” in cui Democrito, nella citazione che apre questo capitolo, ci dice di andare a cercare la verità.
Da parte mia, preferisco guardare in faccia la nostra ignoranza, accettarla e cercare di guardare oltre, di provare a capire quello che riusciamo a capire. Non solo perché accettare questa ignoranza è la strada maestra per non restare impigliati nelle superstizioni e nei pregiudizi, ma in primo luogo perché accettare la nostra ignoranza mi sembra la strada più vera, più bella e, soprattutto, più onesta.
Cercare di guardare più lontano, di andare più lontano, mi sembra una di quelle cose splendide che danno senso alla vita. Come amare e come guardare il cielo. La curiosità di imparare, scoprire, voler guardare oltre la collina, voler assaggiare la mela è quello che ci rende umani. Come ricorda ai suoi compagni l’Ulisse di Dante, non siamo fatti “ . . .a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.

Il mondo è più straordinario e profondo di una qualunque delle favole che ci raccontano i padri. Vogliamo andarlo a vedere. Accettare l’incertezza non ci toglie il senso del mistero, al contrario. Siamo immersi nel mistero e nella bellezza del mondo. Il mondo svelato dalla gravità quantistica è un mondo nuovo, strano, ancora pieno di mistero, ma coerente nella sua semplice e limpida bellezza.

È un mondo che non esiste nello spazio e non evolve nel tempo. Un mondo fatto solamente di campi quantistici in interazione il cui pullulare di quanti genera, attraverso una fitta rete di interazioni reciproche, spazio, tempo, particelle, onde e luce.

E seguita,

Seguita a pullulare morte e vita 

tenera e ostile, chiara e inconoscibile […] 

Tanto afferra l’occhio da questa torre di vedetta 

Un mondo senza infiniti dove non esiste l’infinitamente piccolo perche c’è una scala minima per questo pullulare, sotto la quale non c’è nulla. Quanti di spazio si confondono nella schiuma dello spaziotempo e la struttura delle cose nasce dall’informazione reciproca che tessono le correlazioni fra le regioni del mondo. Un mondo che sappiamo descrivere con un insieme di equazioni. Forse da correggere.

È un vasto mondo ancora tutto da chiarire, da esplorare. Il mio sogno più bello è che qualcuno, fra i più giovani lettori di questo libro, possa andare a navigarlo, illuminarlo, scoprirlo. Oltre la collina, ci sono altri mondi ancora più vasti, ancora inesplorati.

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