La danza dei buchi neri nella galassia NGC 1128

I due punti luminosi che si vedono al centro un giorno diventeranno la fonte di un treno di onde gravitazionali: è un sistema binario di buchi neri supermassicci nel nucleo della galassia NGC 1128.

Questa galassia si trova a 300 milioni di anni luce di distanza, nella costellazione della Balena, e fa parte dell’ammasso di galassie Abell 400: i suoi due “cuori” non appaiono neri perché l’immagine non mostra le lunghezze d’onda dell’ottico ma dei raggi X (blu) e delle onde radio (rosa).

In pratica il materiale che ruota attorno ai buchi neri – il cosiddetto disco di accrescimento – orbita così veloce da emettere una quantità impressionante di raggi X (ecco il perché dei due punti luminosi) e dai poli di questi due oggetti supermassicci partono quattro getti di particelle relativistiche che noi vediamo come sorgenti di onde radio (che identificano la regione come Radio Source 3C 75).

Tutto quel bagliore azzurro intorno è gas, la cui temperatura è talmente elevata (milioni e milioni di Kelvin) che emette anch’essa raggi X: il sistema binario si muove attraverso questo mezzo interstellare a oltre 1.200 km al secondo, motivo per cui i getti relativistici sono piegati all’indietro.

I due buchi neri si muovono lungo una spirale che li porterà a collidere in futuro, generando uno tsunami di onde gravitazionali che, essendo la fonte molto vicina, sarà facilmente rilevabile. Purtroppo dovremo aspettare milioni di anni: “al momento” sono ancora separati da una distanza di ben 25.000 anni luce! Questo vuol dire che data la distanza potrebbero essersi già fusi, ma l’evento sta ancora viaggiando verso di noi. Riflessioni da far girare la testa.

Massimiliano (CHPDB)

Original Picture & arcticle: Astronomy Picture of the Day

Image Credits: X-Ray: NASA/CXC/D. Hudson, T. Reiprich et al. (AIfA); Radio: NRAO/VLA/ NRL

Un embrione, due specie: la chimera umana del dott. Wu

In un mondo dove il problema dei trapianti di organi è grave e quotidiano a causa di scarsità di risorse, scorretta informazione e, conseguentemente scarsa o nulla consapevolezza a riguardo, una notizia come questa potrebbe essere la speranza per chi ha bisogno, spesso urgentemente, di un nuovo organo per poter vivere.
 
Un team di scienziati presso il Salk Institute a La Jolla, California hanno inserito delle cellule staminali umane in un embrione suino, in seguito ad accertati studi che hanno dimostrato come le cellule staminali umane nel giusto grado di maturazione possono combinarsi con zigoti di maiale per poi progredire normalmente alla formazione dell’embrione.
 
L’embrione così formato è risultato vivo e vitale, la prima vera e propria chimera realizzata con cellule umane.
 
Facciamo un passo indietro e capiamo meglio cosa sono le cellule staminali, a cosa servono e cosa è una chimera! Questa è un animale mitologico presente nel folklore ellenico che aveva come caratteristica saliente quella di essere un ibrido piuttosto bizzarro: corpo di leone, una testa di capra che spunta dalla schiena e una coda che pareva assomigliare ad una testa di serpente. Altre culture riportano di bestie ibride: in Cina è conosciuto il pixiu ma anche pegaso è considerabile come un animale ibrido!
 
Le cellule staminali, detto molto brevemente, sono cellule definite “indifferenziate” ovvero cellule che ancora non si sono specializzate in una particolare funzione attraverso un processo noto come “differenziamento cellulare”. Queste cellule possono essere prelevate da diverse fonti come il cordone ombelicale, il sacco amniotico, il sangue, il midollo osseo, la placenta, i tessuti adiposi e sono, nelle giuste condizioni naturali o di laboratorio, in grado di ricostruire parti di organi e tessuti. Non è così semplice ma per capire velocemente di cosa stiamo parlando ci bastano queste informazioni.
 
É un argomento piuttosto sensibile in quanto se da un lato queste cellule permettono, in teoria, di poter riparare danni anche gravi in un organismo, dall’altro è stata fatta fin troppa pessima informazione a riguardo e sono stati segnalati casi di cure finte e costosissime che hanno speculato sulla disperazione di chi si è trovato in stato di grave e urgente necessità.
 
Di embrioni chimera ne sono stati realizzati molti, per capire quali sono le potenzialità di questo tipo di ricerca, ma il lavoro svolto dal team del dottor Jun Wu è stato il primo ad averne realizzata una con cellule staminali umane! La scelta del suino è stata dettata dalla vicinanza genetica delle specie visto che l’obiettivo è quello, nel lungo periodo, di poter creare organi umani in embrioni non umani.
 
Prima di gridare “al mostro” però è indispensabile precisare che la percentuale di staminali umane nell’embrione suino è stata dello 0,001% dimostrando che siamo ancora ben lontani da una mix uguale di cellule da specie lontanamente imparentate. Inoltre il feto, normalmente cresciuto fino alla quarta settimana, è stato distrutto in ottemperanza alle rigidissime linee guida etiche che hanno condotto questa ricerca.
 
Perchè questa ricerca? Il team del dottor Wu ha evidenziato dei punti cardini: intanto la possibilità di studiare i processi dello sviluppo e della differenziazione cellulare nella formazione di nuovi organi, sia negli embrioni che nei gruppi cellulari singoli.
 
Inoltre le chimere potrebbero essere utilizzate per studiare e affrontare malattie altrimenti difficilmente analizzabili (ad esempio alcuni tipi di carcinomi) e di conseguenza per poter testare farmaci più efficaci e mirati finalizzati all’uso umano
 
L’esperimento della crescita di un pancreas di ratto all’interno di un topo è stato un primo passo incoraggiante verso lo sviluppo di questa tecnica e accenna alla possibilità di crescere organi umani in altre specie.
 
I suini assomigliano all’homo sapiens in molti aspetti fisiologici e anatomici e sono gli ovvi candidati.
 
Vi è un urgente bisogno di organi per trapianti e purtroppo vi è una scarsissima disponibilità. Gli organi animali coltivati potrebbero fornire la risposta in futuro ed anche se siamo ancora lontani da questo obiettivo la strada intrapresa sembra promettente.

 

http://www.cell.com/cell/fulltext/S0092-8674(16)31752-4
http://news.nationalgeographic.com/2017/01/human-pig-hybrid-embryo-chimera-organs-health-science/
https://it.wikipedia.org/wiki/Cellula_staminale
https://it.wikipedia.org/wiki/Chimera_(biologia)
https://it.wikipedia.org/wiki/Chimera_(mitologia)

[AG]

#cellulestaminali #chimera #embrione #noidiminerva

E la scimmia paralizzata tornò a camminare?

Il punto di domanda, in certi frangenti è doveroso. Nonostante i risultati di laboratorio sembrerebbero ben più che incoraggianti riteniamo che una oggettiva osservazione è necessaria per non scivolare in un sensazionalismo del quale non si ha proprio alcun bisogno, visto il tema particolarmente suscettibile di reazioni emotive.

Il dottor Grégoire Courtine, un neuroscienziato che lavora presso lo Swiss Federal Institute of Technology (EPFL) e a capo del team composto da Marco Capogrosso, Tomislav Milekovic, David Borton, Fabien Wagner, Eduardo Martin Moraud, Jean-Baptiste Mignardot, Nicolas Buse, Jerome Gandar, Quentin Barraud, David Xing, Elodie Rey, Simone Duis, Yang Jianzhong, Wai Kin D. Ko, Qin Li, Peter Detemple, Tim Denison, Silvestro Micera, Erwan Bezard, Jocelyne Bloch ha impiantato con successo un dispositivo wireless che ha permesso ad un macaco Rhesus di riacquistare la funzionalità di un arto inferiore dopo sei giorni dall’intervento.

Sembra fantascienza, ne siamo consapevoli, per questo cerchiamo di analizzare lucidamente i fatti con le informazioni a disposizione.

Il macaco in questione aveva una lesione al midollo spinale che aveva precluso qualsiasi comunicazione tra la corteccia cerebrale (i “circuiti” nel cervello che orchestrano e coordinano armonicamente i movimenti degli arti) e i nervi che invece stimolano direttamente i muscoli. Il midollo spinale è quella porzione di sistema nervoso centrale contenuto e protetto dalla colonna vertebrale.

Ricostruire i fasci nervosi è estremamente difficoltoso, al limite dell’impossibile in quanto queste cellule sembrano essere refrattarie anche ai trattamenti con cellule staminali.

La soluzione del dottor Courtine è stata quella di applicare un ponte wireless tra le sezioni danneggiate del midollo spinale in modo da ripristinare la comunicazione. La difficoltà principale è stata quella di tradurre gli impulsi nervosi in segnali digitali e quindi di tradurre ancora i segnali digitali in segnali nervosi.

neural_implant_rhesusOgni volta che decidiamo di muoverci, infatti, il cervello crea una complessa serie di segnali che va a stimolare in maniera armonica i distretti muscolari che intendiamo usare in una interazione di contrazioni e rilassamenti veramente intricata.

Il processo di riabilitazione è passato attraverso l’impianto di una serie di 96 microsensori nell’area motoria intracorticale del cervello del macaco predisposta al movimento della gamba. Questi sensori sono collegati al sistema di stimolazione del midollo spinale (che non si trova nella corteccia cerebrale) composto da un impianto epidurale e un generatore di impulsi con funzionalità di attivazione in tempo reale.

Questo sistema era stato precedentemente validato su un altro macaco senza alcuna lesione per testarne l’efficacia e controllare la coerenza dei segnali inviati. Una volta che sono stati ottenuti dei risultati coerenti tra la trasmissione dei segnali biologici e quelli digitali, è stato effettuato l’impianto sul macaco con la lesione spinale.

Al momento il sistema è ancora controllato esternamente con un computer online. Indipendentemente da questo, dopo sei giorni e senza alcun tipo di terapia riabilitativa, il macaco Rhesus ha riaquistato la funzionalità dell’arto inferiore.

Il dispositivo che invia i segnali al computer di controllo è grande all’incirca come una scatola di fiammiferi e al momento è indispensabile per rilevare eventuali movimenti anomali e ricalibrare quindi i sistemi di stimolazione del midollo spinale, oltre che per tenere costantemente sotto controllo il flusso di dati e quindi per migliorare costantemente il funzionamento di questa interfaccia cervello-macchina (BMI, brian-machine interface).

Tomislav Milekovic, un ricercatore del EPFL ha affermato, in una intervista alla webzine Motherboard, che i primi impianti su esseri umani potrebbero essere realizzabili entro il 2020.

É difficile non lasciarsi andare a facili entusiasmi di fronte a notizie come queste ma proprio di fronte al fascino emotivo di simili cose crediamo che sia imperativo rimanere quanto più possibile lucidi. La paraplegia è una condizione che crea infelicità e disagi sotto tutti punti di vista. Non c’è davvero bisogno né di altri venditori di fumo e men che meno di abbracciare acriticamente qualsiasi “facile” soluzione pseudomiracolosa o pseudoscientifica ci venga sbandierata.

La notizia sembra attendibile e le fonti sono autorevoli e facilmente rintracciabili (a differenza degli imbonitori e dei saltimanchi del web che citano fonti costantemente irreperibili) di ma rimaniamo in cauta e razionale attensa di conferme. O di smentite.

#macacorhesus #neuroimpianti #paraplegia #noidiminerva

Risolto il paradosso delle traiettorie surreali subatomiche

La meccanica quantistica è terribilmente intricata e terribilmente controintuitiva. Su questo crediamo che nessuno abbia mai avuto dubbi a riguardo, tranne forse i tristemente noti spacciatori di finte cure e rimedi definiti in maniera del tutto arbitraria e inopportuna “quantistici”.

La buona notizia è che a piccoli passi, chi invece sta seriamente lavorando in questo campo della conoscenza, sta facendo un po’ più di chiarezza anche su questioni che hanno storicamente dato del filo da torcere a tutti quelli che si sono dedicati alla materia in questione.

maxresdefaultUn esperimento effettuato da Aephraim Steinberg dell’Università di Toronto, in Canada, e colleghi canadesi e australiani (Dylan H. Mahler, Lee Rozema, Kent Fisher, Lydia Vermeyden, Kevin J. Resch, Howard M. Wiseman) che firmano un articolo su “Science Advances” hanno dimostrato che le traiettorie surreali delle particelle subatomiche sono spiegate coinvolgendo un fenomeno unico della meccanica quantistica che è l’entanglement.

Ma cosa sono le traiettorie surreali? E cosa è l’entaglement? E perchè tutto questo è importante?

Facciamo qualche passo indietro e scopriamo un pezzo per volta di cosa si tratta, è un viaggio affascinante nel mondo dei quanti e ci asterremo dalle dimostrazioni matematiche per evitare clamorosi sbadigli, fidatevi sulla parola!

Uno degli argomenti più affascinanti della meccanica quantistica è il principio di indeterminazione enunciato nel 1927 da Werner Karl Heisenberg. Secondo questo principio non è possibile conoscere contemporaneamente la posizione e la velocità di una particella subatomica in quanto la precisione della misurazione di una va a discapito dell’altra e viceversa.

Per giunta, come se questo non bastasse, quando si effettua una misurazione occorre tenere conto dell’interazione fisica con gli strumenti: questo significa che non si può prescindere dalla presenza dell’osservatore (dove per osservatore si intende non necessariamente un essere umano ma anche un raggio che sta scansionando un oggetto subatomico) che è parte integrante del sistema e che inevitabilmente altera il risultato dell’osservazione.

Infine, la descrizione della dinamica di una particella è probabilistica: questo significa che, dato un fotone che si sposti da un punto A ad un punto B, bisogna calcolare (tramite il metodo di calcolo chiamato “integrale di Feynman”) tutte le possibili traiettorie che il fotone può compiere. È come se la particella aprisse una nuvola contenente tutti i percorsi possibili nel punto A e poi convergesse sul punto B.

La versione più classica della meccanica quantistica, chiamata interpretazione di Copenhagen (ispirata ai lavori svolti nella capitale danese da Niels Bohr e da Werner Heisenberg attorno al 1927 e che usa come esempio classico l’esperimento della doppia fenditura), afferma che se si spara un fotone verso un bersaglio, non esiste alcuna traiettoria “reale” tra la sorgente di luce e il bersaglio. Solo la misurazione dice dove si trova, facendo “collassare” lo stato della particella in un punto.

Esiste un’altra interpretazione della meccanica quantistica, quella di Bohm, detta talvolta meccanica bohmiana o da alcuni anche interpretazione di de Broglie-Bohm, è un’interpretazione della meccanica quantistica postulata da David Bohm nel 1952 che riprende l’idea dell’ onda pilota elaborata da Louis de Broglie nel 1927: questa idea fu introdotta per ripristinare una sorta di determinismo della realtà che fosse in grado di risolvere molti dei problemi aperti della meccanica quantistica, quali il paradosso del gatto di Schrödinger, il collasso della funzione d’onda e altri.

Matematicamente tale onda pilota è descritta dalla classica funzione d’onda della meccanica quantistica ovvero dalla descrizione dinamica probabilistica di una particella. I conti sembravano tornare!

Il problema derivato da queste interpretazioni però è che la traiettoria di una singola “particella bohmiana” non può essere osservata in un esperimento perchè ogni misurazione della sua posizione cambia la funzione d’onda sia della particella che della ipotetica funzione d’onda globale che descrive l’interazione della particella d’interesse con lo strumento di misura.

Il problema fu risolto ripetendo numerose volte lo stesso esperimento con una serie di misurazioni definite “deboli” e che riguardassero soltanto la la velocità della particella. Questo garantiva il minimo disturbo possibile del sistema e il successivo calcolo della posizione. Ripetendo l’esperimento un numero adeguato di volte sarebbe stato possibile ottenere il valore medio della velocità in funzione della posizione.

Uno studio del 2007 ha confermato sperimentalmente che ripetendo questo processo in diversi momenti permette di ricostruire un insieme di traiettorie medie coerenti con le traiettorie previste dalla teoria bohmiana.

Sembrerebbe quindi che tutto andasse per il verso giusto ma uno degli esperimenti più classici della meccanica quantistica eludeva questo risultato rassicurante: stiamo parlando dell’esperimento di Young, in cui un fascio di luce, una volta fatto passare attraverso un doppia fenditura, forma una figura d’interferenza su uno schermo. L’interferenza dimostra che la luce ha una natura ondulatoria.

Se però si riduce l’intensità della sorgente fino a emettere un fotone alla volta, sullo schermo schermo si producono puntini, che di volta in volta hanno posizioni diverse, il che depone a favore dell’ipotesi della natura corpuscolare della luce.

L’ironia ha voluto che in una versione modificata dell’esperimento di Young, la teoria bohmiana fornisce delle previsioni contrarie su quali fenditure siano attraversate dai fotoni. Questa discrepanza, oltre ad aver causato qualche seria emicrania, ha portato a coniare il termine di “traiettorie surreali” in contrapposizione alle “traiettorie reali” (e ci sarebbe da riflettere sul termine “reale”, date le considerazioni fatte precedentemente sulla interpretazione di Copenhagen ma lasciamo queste questioni ad altri momenti).

L’entanglement o correlazione quantistica è un fenomeno quantistico, privo di analogo classico, che prevede che due o più particelle siano intrinsecamente collegate in modo tale che le azioni o misure eseguite su una di esse abbiano effetto istantaneo sulle altre. Il fenomeno è stato descritto nel 1935 da Albert Einstein, Boris Podolsky e Nathan Rosen in un articolo dal titolo “La descrizione quantomeccanica della realtà fisica si può considerare completa?” ed è passato alla storia con il nome di paradosso EPR.

Ricordiamo che l’entaglement è stato definitivamente dimostrato in laboratorio da Maria Fuwa, Shuntaro Takeda, Marcin Zwierz, Howard M. Wiseman e Akira Furusawa in un esperimento del 2015 presso il Centre for Quantum Dynamics della Griffith University in Australia.

Nel mondo subatomico una particella può essere in due diverse condizioni nello stesso tempo. Per esempio può ruotare in una direzione o nell’altra (in su o in giù, il cosiddetto spin), ma anche in entrambe le direzioni contemporaneamente. Questo doppio stato, detto anche sovrapposizione quantistica, permane finché non si misura lo spin, momento in cui esso collassa su uno solo dei due stati.

L’entanglement prevede che due particelle possono essere collegate in modo tale che entrambi abbiano la stessa sovrapposizione di stati allo stesso tempo. Se si esegue una misura sulla prima particella, provocandone il collasso, per esempio, nello stato di spin su, la seconda collasserà istantaneamente nello stato di spin giù indipendentemente dalla distanza che separa le due particelle (cosa che fece irritare parecchio Albert Einstein).

Questo può succedere anche con una singola particella: un fotone, per esempio, può essere diviso in due particelle ancora connesse quantisticamente tra loro. La funzione d’onda (ovvero l’equazione matematica che descrive lo stato della particella) si estende infinitamente, ma la particella in sé si trova in tutte gli stati con diverse probabilità: nel momento in cui viene rilevata da uno strumento, lo stato collassa e si realizza una sola delle possibilità preesistenti alla misura.

Quali conclusioni trarre da tutto questo? Intanto che grazie all’entanglement è possibile formulare una previsione corretta delle traiettorie bohmiane anche nell’esperimento modificato di Young.

Inoltre, in un ottica meno pragmatica, possiamo trarre la considerazione che se è vero che siamo talpe semiceche e che sappiamo poco o nulla di quello che ci circonda è altrettanto vero che stiamo incessantemente scavando.

Stiamo incessantemente imparando, piccoli pezzi per volta. Abbiamo iniziato ponendoci domande senza avere alcun mezzo per risponderci e da allora non abbiamo smesso un secondo. Quando ci è stato impedito di farlo, siamo piombati in epoche oscure e terribili dove progresso e civiltà non solo si sono fermati ma sono addirittura riusciti a retrocedere per poi faticosamente riprendere il cammino.

E abbiamo sempre ripreso il cammino della conoscenza.

A cosa serve questa scoperta? Serve a soddisfare Il piacere della cultura, l’unico vero piacere che ci distingue dagli altri animali e che rende la nostra spece davvero unica.

 

#noidiminerva #meccanicaquantistica #esperimentodiyoung #bohm

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Edgar Degas e la fluorescenza a raggi X

Il ritratto nascosto di Emma Dobigny
Il ritratto nascosto di Emma Dobigny

La scienza e l’arte spesso e volentieri si intrecciano in collaborazioni stupefacenti ma l’annuncio online del 4 Agosto 2016 è di quelli che sconfinano felicemente nella fantascienza!

David Thurrowgood e il suo team ha lavorato sul quadro di Edgar Degas “Portrait de Femme” che storicamente era famoso per nascondere un altro ritratto.

Utilizzando un acceleratore di particelle, il team di Thurrowgood ha scansionato il quadro con un “pennello” di fotoni ad alta energia (i raggi X sono una forma di radiazione elettromagnetica con energia superiore rispetto a quella che noi possiamo percepire con i nostri occhi: la luce).

Questo pennello ha “spintonato” gli elettroni degli atomi del dipinto nascosto spostandoli su orbitali più esterni obbligandoli ad emettere altri fotoni ad energie specifiche, quantificabili e rilevabili.

Ogni sostanza chimica usata nei pigmenti, infatti, brilla ad una certa frequenza se sollecitata dal pennello fotonico dell’acceleratore.

Queste luci, analizzate e poi ricomposte insieme da un computer, sono quelle che hanno rivelato finalmente nella sua interezza, il dipinto nascosto che si è rivelato ruotato di 180° rispetto al secondo ritratto.

Riassunto così sembra che il lavoro fatto sia stato semplice, in realtà è stato piuttosto complesso e delicato ma il risultato ne è valsa la pena.

Tutto il processo di ricostruzione ha impiegato 33 ore ed ha prodotto un rendering di 31,6 megapixels.

Un’altra raffinata tecnica di colorazione applicata all’immagine digitale così ottenuta ha permesso di restituirci quello che più probabilmente poteva essere stato il lavoro originale di Degas.

Una perfetta fusione di arte, scienza e bellezza!

‪FONTE
Thurrowgood, D. et al. A Hidden Portrait by Edgar Degas. Sci. Rep. 6, 29594; doi: 10.1038/srep29594 (2016).

QC Bot

Negli anni ’90 il JPL della NASA finanzia un laboratorio di intelligenza artificiale (AI Lab) al Massachusetts Institute of Technology, chiedendo agli studenti di realizzare la tecnologia per un rover con autonomia di movimento e capacità di acquisire obiettivi. Tra questi c’è Daniel Theobald, che realizza il sistema di Rocky 7, il primo prototipo di mini-rover che venne poi testato per la prima volta nel 1996 e preparò la strada per i rover successivi, dal Sojourner a Spirit e Opportunity.

Quegli studenti del MIT fondarono poi nel 1999 la Vecna Techonologies, l’azienda che commercializza oggi il QC Bot, il robot che vedete in foto e che racchiude tutta l’esperienza acquisita da quel gruppo. Secondo Theobald, il QC Bot è un rover marziano dentro un ospedale: può essere usato per qualsiasi compito, come portare i farmaci ai pazienti o accompagnarli alle visite specialistiche, portare via lavanderia sporca e rifiuti sanitari o consegnare le vivande, ma anche registrare i segni vitali via wireless una volta al letto del paziente e inviarli in tempo reale ad un tablet o uno smartphone utilizzato dai medici. Gli infermieri possono usare il lettore di codici a barre per registrare i farmaci e tenere sempre sotto controllo interazioni e scadenze, oppure utilizzare lo schermo touch per videochiamare un sanitario in un altro reparto. Il tutto mentre si muove autonomamente nel difficile ambiente ospedaliero, evitando ostacoli grazie al sistema di telecamere stereoscopiche disposte sul suo perimetro. E adesso la Vecna è di nuovo al lavoro assieme alla NASA, per realizzare un sistema che monitori i parametri vitali e le performance degli astronauti.

Image Credits: Vecna Technologies
Source: https://spinoff.nasa.gov/Spinoff2012/hm_3.html

Articolo originale di Massimiliano Bellisario dal gruppo Facebook “Chi ha paura del buio“?

Tutti Gli Oceani del Sistema Solare

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Siamo abituati a pensare al nostro pianeta come al “pianeta di acqua”, visto che circa il 71% della superfice è coperto dal prezioso liquido.

L’esplorazione del sistema solare effettuata con le più avanzate sonde ha rivelato dei dati decisamente sorprendenti. L’acqua è una molecola diffusissima nel nostro sistema! Non siamo l’unico pianeta ad esserne ricco.

In proporzione alla superfice, esistono dei corpi celesti che ne sono forniti molto più noi.
Il professor Abel Méndez è un astrobiologo e scienziato planetario direttore del Planetary Habitability Laboratory dell’università di Puerto Rico ad Arecibo ed è anche l’autore dell’infografica qui riportata (l’originale è reperibile su Twitter: https://twitter.com/ProfAbelMendez).

Cosa significa questa informazione all’atto pratico?
Moltissimo! L’acqua è formata da ossigeno e idrogeno e potrebbe essere una fonte di ossigeno (tramite processi di elettrolisi) per eventuali missioni esplorative del nostro sistema solare, oltre che permettere di sostenere la vita per un breve periodo di tempo, in caso di emergenza.

Questo eviterebbe il trasporto dalla Terra di pesanti scorte che influirebbero sui costi e consumi di carburante per future missioni e colonizzazioni dei pianeti e satelliti esterni.

Inoltre, dove c’è acqua le probabilità di trovare vita aumentano, considerate le strepitose capacità adattative delle creature che dipendono da essa.

Da molti anni si ipotizza la presenza di vita microbiotica sotto le croste ghiacciate dei satelliti giovani. Dopo le missioni Rosetta e New Horizons, ricercatori e scienziati iniziano ad essere timidamente ottimisti (a dispetto dei titoloni roboanti di alcune testate giornalistiche) su cosa ci potrebbe essere sui satelliti dei pianeti giganti e addirittura su Plutone.

Queste forme di vita, ammesso che ci siano, sono molto probabilmente ad uno stadio primitivo sulla scala evolutiva. Scoprire e studiare l’acqua e quindi la probabile vita su altri mondi permetterà di comprendere meglio l’evoluzione della vita sul nostro e di conseguenza il nostro futuro.

RIFERIMENTI

– https://twitter.com/ProfAbelMendez
– http://phl.upr.edu/
– http://www.esa.int/ESA
– http://www.jpl.nasa.gov/
– https://www.nasa.gov/topics/solarsystem/index.html


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