Povero signor Bohr!

Deve essere davvero difficile staccarsi dalla abitudine ancestrale di voler vedere continuamente connessioni e collegamenti tra macrocosmo e microcosmo. Sembra che sia una ricerca vecchia quanto il pensiero umano anche se non me la sento di definire il pensiero umano “vecchio” mentre certe abitudini sono destinate ad invecchiare e prima o poi a morire; meglio prima, alcune di queste “abitudini” hanno fatto abbastanza danni ed è tempo che spariscano definitivamente da qualsiasi cultura degna di questo nome.

Una chiara indicazione del dilemma che andava affrontato si ritrova nel commento di Arnold Sommerfield, collaboratore di Niels Bohr, uno dei ricercatori che hanno vissuto in prima persona gli sconforti e le speranze di questo periodo. Proprio nel 1923 egli scriverà: “un risultato notevole e affascinante della teoria atomica di Bohr è costituito dalla dimostrazione che l’atomo è un minuscolo sistema planetario… . L’idea che le leggi del cosmo nel piccolo riflettano il mondo terrestre esercita in modo naturale una grande attrattiva sulla mente umana; difatto essa trova le sue radici nella superstizione (vecchia quanto la storia del pensiero) che il destino dell’uomo possa leggersi nelle stelle. Il misticismo astrologico è scomparso dalla scienza, ma quello che rimane è il desiderio di cogliere l’unità delle leggi che regolano il mondo”. Ma egli sente il dovere di aggiungere: “ahimè, la possibilità di considerare l’atomo come un sistema planetario ha i suoi limiti.”

Campi, Interazioni e Probabilità

“Ma il probiema è molto più profondo. Einstein ha capito che lo spazio e il tempo sono manifestazioni di un campo fisico: il campo gravitazionale. Bohr, Heisenberg e Dirac hanno capito che ogni campo fisico è quantistico: granulare, probabilistico, e si manifesta nelle interazioni. Ne segue che anche lo spazio e il tempo devono essere oggetti quantistici con queste strane proprietà”
– Carlo Rovelli, “La Realtà Non È Come Ci Appare”, Raffaello Cortina Editore, ISBN 9788860306418


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